Laghel – Cima Colodri

Domani a Biassono, vicino Monza la città in cui vivo, ho programmato la partecipazione a due gare serali: il miglio e l’americana. gare che si preannunciano spettacolari perchè su un percorso cittadino da ripetere più volte, attorno ad una piazza e ad una chiesa, nel centro del paese.

Ma oggi sono in Trentino, ad Arco di Trento per la precisione, dove ultimamente alloggio per lavoro.

Dunque stamattina, contro ogni logica che suggerirebbe riposo o, al massimo, una sgambatina tranquilla, mi sveglio alle 6,00 infilo scarpe, canotta e  pantaloncino e mi fiondo in strada, puntando il monte Colodri, che mi guarda e … mi seduce. Fuori ci sono 13°, fa un po’ freddo, ma sempre meglio che soffrire il caldo.

Porto con me il cardiofrequenzimetro, per esser certo di non esagerare, ed inizio a salire verso il Castello di Arco, lungo una strada che mi porta ad un bivio. Il  Castello l’ho già visto, dunque scelgo la strada che mi indica “Via Crucis di Laghel”. Il nome mi inspira e dunque procedo. Arrivo dopo circa 15′ ad un Santuario della Beata Vergine di Laghel, e mi accorgo che sulla destra c’è un sentiero che si inerpica tra i boschi. Un cartello me lo segnala come “sentiero dei lecci”. Leggo che nei primi del 900 l’ing. Gianni Caproni, uno dei primi progettisti di aerei, aveva fatto piantare qui dei lecci, per avere materia prima disponibile per costruire alcune parti dei suoi veivoli. La storia mi appassiona e mi convinco a procedere. Il sentiero lungo 850 mt, porta dai 220mt di altitudine ai 400mt, da cui si godrà di una vista panoramica eccezionale su tutta la valle. Arrivo in cima più arrampicandomi che correndo, tra rocce a sinistra a destra, sotto i miei piedi dolenti e con apparizioni varie di lecci, cipressi, pini austriaci, querce e caprini neri. Non manca un ulivo che sembra essersi smarrito tra questi alberi che, coi loro fusti slanciati, in media sono alti non meno di una dozzina di metri.

Ovviamente, per chi mi conosce sa che non è una novità, riesco come al solito a sbagliare strada. Me ne accogo quando mi trovo davanti ad un muro, dopo aver percorso qualche centinaio di metri su un sentiero che facevo davvero fatica a rioconoscere come tale. Allora torno indietro e seguo la segnaletica che avevo ignorato poco prima. Inforco un sentiero roccioso e praticamente smetto di correre ed inizio ad arrampicarmi, scivolando ogni passo con le mie mizuno slickissime, che tengono poco anche sull’asfalto, figuriamoci qui, dove ieri è venuto giù un acquazzone con i controfiocchi.

La fatica è la paura di cadere è ricompensata dalla preannunciata veduta sulla valle, la giornata è limpida, intravedo nitidamente ogni casa, ogni strada, ogni albero per diversi kilometri, fin dove la mia miopia mi permette di spingermi con lo sguardo estasiato. Giro sulla destra e mi accorgo che sotto di me, dopo il Castello di Arco, oltre il promontorio, si vede il Lago di Garda, che da Riva scende giù verso il bresciano.

Sulla Cima Colodri, a 400mt di altezza. Qui è stata impiantata una grossa Croce. Sotto di essa c’è una cassetta con dentro un libro, su cui la “community” degli amanti delle passeggiate in montagna lascia un segno, una frase, una scritta, un saluto. Lo sfoglio e mi colpisce in particolare una frase con grafia e sintassi semplice, tipica di un bimbo, o di una bimba:

“4 luglio 2007 Luca, Giorgia e nonno Tarcisio oggi siamo stati qui  la giornata è un po’ nuvolosa ma abbiamo fatto una bella passeggiata ed era molto faticosa”

Il pensiero vola inevitabilmente verso mia figlia, che oggi  ad oltre mille km da me, è in vacanza con i suoi nonni, ovvero mia madre e mio padre. Li rivedrò a fine luglio, ma il mio cuore, armato di fantasia, monta sul veivolo fatto con i lecci dell’ing. Caproni e dopo aver spiccato un salto dalla Cima colodri, vola via e li raggiunge. a quest’ora certamente è già con loro.  Sarà per questo che il cardio frequenzimetro non segna più nulla. Ma in realtà, anche oggi, non l’ho mai guardato.

Alla prossima.

Al settimo cielo

 

Dovevo immaginarmelo che una volta disceso dal settimo cielo avrei rasentato la depressione. Procediamo in ordine.

Sono appena rientrto da un very long week end, nel senso che tra venerdi e oggi ho percorso poco meno di 2000 km. ovviamente la maggior parte in auto. solo una ventina di km da runner.

La mia principessina ha terminato la scuola. ormai ha 4 anni, dunque si è pensato di portarla dai nonni. a Foggia (Vieste, per la precisione) prima, a Napoli poi. è la prima volta che io e mia moglie ci distaccheremo da lei per circa un mese. è stata, per me  una prova da uomini duri, lasciarla dormendo stamattina prima dell’aba, e partire per rientrare su Monza in mattinata.

Per lenire le mie ferite di padre abbandonante, ho pensato bene, tra sabato e domenica, mentre ero a Vieste con Martina, e i nonni (mio padre e mia madre), di fare una sgambata. anzi due.

la prima, fartlek in riva al mare, con 4 sprint finali dal quel  pattino rosso qui, al pedalò azzurro lì (…bè…circa 80 mt).

ma la seconda sgambata, degna di dettagli, dà il titolo al questo intervento nel blog.

Dalla baia Falcone, a circa 7km da Vieste, direzione Peschici, (per chi non fose pratico, siamo nel cuore del Gargano), alle ore 11,20, avvio il cronometro sotto l’ombrellone (e lì lo lascerò, per riprenderlo un’ora e 2 minuti dopo, solamente per verificare quanto fosse durata la fatica) e parto lasciandomi il mare sul mio fianco destro, verso il fronte opposto della baia, in corrispondenza del camping Spiaggialunga, scenario della mia adolescenza vacanziera (sigh! per le vacanze e doppio sigh per l’adolescenza andata!).  il sole picchia, ma la zona è sempre ventilata, non a caso è una delle mete nazionali preferite dal popolo dei surfisti. dunque non mi accorgo che mi disidrato molto rapidamente, anche perchè l’emozione mi attanaglia in un vortice, e ad esso attribuisco il giramento di testa. dopo 3 km circa di spiaggia, intravedo l’insegna del camping e mi dirigo al suo interno. nulla è cambiato, passo davanti alla piazzola dove per anni la tenda ha ospitato me ed un gruppone di oltre 10 amici d’infanzia, negli anni tra i più belli della mia vita. mi commuovo. e di nuovo, ancora, adesso mentre scrivo…

mi dirigo verso la direzione del camping, esco in strada, e dopo 200 mt scarsi, ecco il mito: l’insegna del “settimo cielo”: ovvero la zona collinare del camping spiaggialunga, dove viene suggerito ai campeggiatori di andarci in bus e non a piedi. un motivo c’è. e mi ricordo bene qual è.

la starda sale, o meglio, si impenna dopo i primo 500mt, e 5-6 tornanti dopo, tra i pini (pochi) le piante grasse, e la roccia calcarea tipica del promontorio del gargano, mi fiondano in meno di 2km ad oltre 200mt di altezza s.l.m. è una slaita che senza accorgermene facio di slanzio e con impeto. prima di arrivare in cima mi fermo, devastato dalla stanchezza e dalla disidratazione. è mezzogiorno. il sole non perdona gli ecessi di sprechi di energia per gli esaltati come me. ma l’emozione mi ha rapito, le sensazioni e ricordi sui sposano col gesto tecnico, e vado abbondantemente fuori soglia. e qui non v’è zona d’ombra, la pendenza del tratto finale è superiore al 25%. rifiato e porto a ternine la salita, mi accorgo che mancavano meno di 400mt. su, in cima, tra 2 piscina, un campo da minigolf, 3 campi di bocce, 2 di tennis, 3 di short-tennis ed un anfiteatro per gli spettacoli dello staff degli animatori, regna sovrano il silenzio. c’è solo una coppia di genitori con 2 figli, ma sono perfettamente in sintonia col paesaggio, che impone rispetto e silenzio. ma solo perchè siamo al primo di luglio. ad agosto sarà tutt’altra scena e tutt’altra gente.

e allora mi godo un meritato sorso d’acqua (vabbè, sranno stati 200 sorsi, altro che uno!) una doccia al volo, mi prendo 5 minuti di contemplazione dei posti che ho vissuto per anni, con gli amici, nel più totale divertimento. il ricordo è davvero emozionante.

… ok, le mie lacrime si fondono col sudore. allora via giù per i tornanti, sulla starda del ritorno. mi fermo al primo dei tornanti. mi accorgo che la veduta panoramica su Vieste e su tutta la baia, da qui, è semplicemente meravigliosa.

Il ritorno all’ombrellone sarà problematico, oramai sono quasi le 12,30 e la temperatura supera abbondantemente i 30° (solo la settimana scorsa in zona si erano superati i 40°). raggiungo l’ombrellone, no, non è un miraggio, riconosco mia madre, mio padre e mia figlia. via scarpe e calzini di corsa in acqua. fare un bagno, dopo una corsa così, nel mare limpido del mio gargano, è semplicemente meraviglioso.

il rientro oggi, a monza, sarà tormentato dall’idea di aver lasciato i miei amatissimi genitori e la mia principessina, e sarà allietato solo dalla vista dell’altra principessa, mia moglie, che riabbraccerò tra poco meno di un’ora.

Alla prossima.